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La barriera corallina delle Dolomiti

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foto Consorzio Dolomiti

Secondo una leggenda ladina (antica popolazione del nord Italia), la figlia della Luna aveva sposato il re dei montes pàljesi “monti pallidi”, e, per evitare che soffrisse di nostalgia, i Silvani, nani dei boschi e delle foreste, avrebbero filato i raggi della Luna e tessuto una rete sottile e luminosa attorno alle cime di quei monti, conferendo loro un pallore caratteristico. Nel 1789 il marchese Dèodat de Dolomieu, in viaggio lungo la strada fra Trento e Bolzano, raccolse dei campioni della roccia di quei monti, situati nel settore orientale dell’arco alpino italiano; si scoprì in seguito che erano formate da un minerale particolare chiamato, in suo onore, Dolomite. Il termine Dolomiti è entrato nell’uso nel tempo per indicare tutti questi monti, formati dalla roccia dolòmia, sostituendo il ben più suggestivo appellativo di “monti pallidi”.

Oltre al “pallore” di questi monti, altra caratteristica è il loro sorgere in gruppi isolati, separati gli uni dagli altri da ampie valli. L’origine di questa disposizione va molto indietro nel tempo, addirittura a 200 milioni di anni fa, quando, al posto delle valli e delle Dolomiti vi era un mare poco profondo, caldo e agitato. In questo mare cominciarono a formarsi delle scogliere coralline; poiché il fondo del mare si abbassava lentamente, i coralli, le alghe e miriadi di altri piccoli organismi continuavano a innalzare le loro costruzioni per restare vicino alla luce, formando rocce di notevoli dimensioni, formate da dolomie e calcari.

Come in ogni favola che si rispetti, iniziano le disavventure: la temperatura aumentò a seguito dell’attività vulcanica, portando all’estinzione dei coralli in quelle acque. Quando la situazione tornò tranquilla, le vecchie rocce ritornarono ad essere abitati da nuovi organismi viventi, che continuarono ad accrescerle. Tra una scogliera e l’altra, separate da ampi bracci di mare, si deponevano rocce diverse. Quando si innalzò la catena alpina, tutte queste rocce emersero dal mare e iniziò l’erosione. Le antiche scogliere, liberate pian piano dal mantello di altre rocce, sono rimaste alte e isolate e formano oggi i “gruppi dolomitici”, con ripide pareti di rocce chiare, aride e brulle.

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Un’altra leggenda ladina riguarda il dolce colore roseo che avvolge le cime delle dolomiti al tramonto. Un tempo quelle cime erano completamente fiorite di rose ed erano il regno dei nani. Questi avevano accumulato grandi ricchezze, suscitando l’invidia dei popoli vicini. Il re dei nani, Laurino, decise di fare un incantesimo per salvare il suo popolo dalla cupidigia degli avversari, pietrificando il roseto perché non fosse più visibile “né di giorno, né di notte”. Dimenticò nel suo incantesimo il crepuscolo, né giorno, né notte, ed ecco che, proprio in questo momento, il roseto “torna a fiorire”.

Tutte queste leggende sono certamente molto belle e suggestive, ma per una volta vince, di gran lunga, la realtà: il tempo ha operato un vero e proprio incantesimo nelle Dolomiti, cristallizzando per sempre un giardino di coralli.

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Una risposta su “La barriera corallina delle Dolomiti”

Tutti i colori della natura sono inimitabili e nessun colore prodotto dall’uomo può eguagliarli.

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