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Lettere ed interviste Scuola

Incontro con Liliana Segre

Innanzitutto chi è Liliana Segre? È una simpatica vecchietta di 81 anni, non molto alta, dai capelli biondicci e arruffati e dagli occhi chiari. Quegli occhi, tanti ma non troppi anni fa, hanno visto direttamente gli orrori della deportazione. Eh sì: lei nacque ebrea non molto distante dal Naviglio, al Fatebenefratelli, e visse una vita felice e normale fino all’età di otto anni, quando le fu impedito di frequentare la III elementare. Perché? perché non poteva più studiare, lei, bambina proveniente da una famiglia ebrea non praticante, il cui zio era una camicia nera – che sarebbe stato allontanato  poco dopo generando altri perché – non poteva più andare a scuola, giocare con le sue amiche, che ora l’additavano. L’anziana signora Segre se lo è chiesto ancora oggi, nell’incontro che ha tenuto con alcuni studenti al Museo della Scienza e della Tecnica l’8 febbraio, e ancora non si è data una risposta. Erano iniziate le leggi fasciste, per cui i bambini ebrei potevano studiare solo nelle scuole private. È l’inizio di una storia vera, che la signora Segre racconta al posto di tante favole e fiabe ai suoi nipoti ideali, gli studenti che si raccolgono in auditori gremiti per ascoltare lei, una delle ultime e poche sopravvissute allo sterminio. All’incontro ha parlato brevemente della sua esperienza. Ve la riporto ancor più brevemente.

 

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale fu costretta a sfollare col padre e i nonni (la madre era morta dandola alla luce). Per spiegare alle ragazze del paesino dove si era recata perché non andava scuola e non usciva quasi mai disse che doveva badare al nonno gravemente malato. In effetti suo nonno aveva il Parkinson in una forma molto avanzata. Cioè non riusciva a smettere di tremare. Liliana lo aiutava in tutto, a partire dal leggere il giornale e imboccarlo, per finire a divertirlo con danze e buffe acrobazie. Gli era molto legato. Quando assieme alle leggi fasciste entrarono in vigore quelle tedesche, si recò per maggiore sicurezza con degli amici italiani in un paesino vicino Varese dove, poco dopo, partì col padre alla volta della Svizzera con documenti falsi. Furono fermati al confine, arrestati e condotti a san Vittore. Da lì, mesi dopo, furono portati alla Stazione Centrale, da cui iniziò il viaggio verso Auschwitz, all’epoca un nome come tanti. Infatti Liliana, che aveva soli tredici anni ed era stata già in carcere e iniziava la marcia della morte, era del tutto ignara di quel che le sarebbe capitato. Arrivata dopo un estenuante viaggio sui vagoni merci, dal fetido odore di urina e sporcizia, fu scelta per sopravvivere, mentre fu costretta a separarsi per sempre dal padre. Poi dovette svestirsi, nuda assieme alle sue compagne per aspettare di essere marchiate sul braccio con un numero, per aspettare di ricevere quei vestiti a righe dei campi di lavoro. I latrati dei tedeschi erano tradotti in “state calmi, lavorerete per noi!” e tutti speravano che fosse così. Ma quei pezzi, perché sì, furono considerati pezzi, né più né meno come oggetti dal valore di 5000 Lire (allora una cifra abbastanza alta) appresero più tardi che erano destinati ad una morte quasi certa.

Ebbe una grande fortuna, Liliana: quella di lavorare per una industria. Voleva dire orari e cibo. Quel cibo che la disgustava e che le ha infuso il grande rispetto di cui ne ha ora. Le davano “un pane nero, pesante, non tanto, un cucchiaino di marmellata, schifosa, di cui non sapevo di cosa fosse, e un po’ di una minestra altrettanto schifosa” dice all’incontro. Ma dopo ore e ore e ore di lavoro non era molto importante, perché lo stomaco reclamava cibo, quel cibo che gli mancava e che le faceva provare dolori paragonabili a quelli di un tumore, come dicono oggi gli esperti. Ricorda che ogni tanto facevano un controllo per constatare la salute e decidere chi mandare alle camere a gas. Liliana aveva imparato che avere amici voleva dire perderli, voleva dire dolore. Aveva imparato a non affezionarsi, perché le avrebbe provocato solo dolori. Una volta, nuda al controllo medico, fu “risparmiata” perché, seppur scheletro che camminava, era ancora adatta a lavorare. La ragazza dietro di lei, Janine, no. Le mancavano le ultime falangi di due dita che le erano state tranciate da una macchina nell’industria. Liliana non si girò; lo racconta con rammarico, esprime il suo desiderio di essersi voluta voltare, di aver voluto salutarla, perché sapevano che era il momento dell’addio… ma niente. La sua apatia, il suo non provare passioni era dettato dalla disperazione, dalle troppe perdite. Non aveva più lacrime per piangere, nemmeno per lei. Furono poi trasferite in un altro campo: la Germania incominciava a cedere e a perdere. Quando e cosa avvenne Liliana lo ricorda perfettamente. Si aprirono le porte del campo, tutti uscirono, i civili corsero ad aiutarle e si mischiarono con loro, mentre i militari si spogliavano e indossavano in fretta gli abiti borghesi, mentre premevano a ovest gli americani e a est i russi. Un ufficiale, che Liliana sapeva essere senza scrupoli e capo del campo, si spogliò e gettò la sua pistola vicino a Liliana. Perfetto finale per questa storia: Liliana prese la pistola e sparò all’ufficiale, come vendetta per tutto quello che le era stato fatto.

Invece no: la lasciò dov’era, provando pietà per lui!

(Gabriele Riva)

5 risposte su “Incontro con Liliana Segre”

Gentile signora Francesca,
l’articolo è la testimonianza di un ex-alunno che ha partecipato ad un incontro organizzato dal Liceo Classico Tito Livio di Milano (http://www.titolivio.it) il quale, tra l’altro, riporta ancora l’audio dell’incontro (l’8 febbraio 2012) nella sezione eventi. Purtroppo non abbiamo alcun contatto con la signora Segre. (Ci scusi per l’incredibile ritardo con cui giunge questa risposta)

Mia nonna era una compagna della signora Segre, ricorda ancora quando sparì misteriosamente da scuola senza che nessuno desse spiegazione. Vorrebbe tanto mandarle i suoi saluti dirle che non ha dimenticato perché è sparita e che ogni volta che la vede in tv la ricorda. Mia nonna si chiama Beatrice Privitra

Commentare,come si fa a commentare tanto dolore?Non ci riesco.
Ho letto tutto l’articolo su Liliana Segre,veramente eroica!!!
Carlo Vallese

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