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Nonno Ivo, bambino nella II guerra mondiale

Allo scoppio della guerra il 10 giugno del 1940, Nonno Ivo aveva 10 anni e mezzo. L’Italia aveva dichiarato guerra all’Inghilterra e alla Francia. Parecchia gente l’aveva acclamata ed era scesa in piazza. Gli altoparlanti appesi ai piloni della città, agli alberi, e ai muri delle case, trasmettevano i resoconti radiofonici.

Nonno Ivo era a casa da scuola in vacanza, e racconta: “All’uscita dal cinema con i miei compagni abbiamo saputo alla radio della dichiarazione di guerra. Essendo ragazzi come voi ci siamo messi a giocare alla nostra guerra, fatta di rincorse, spari, bombe,….”

A poco a poco le famiglie milanesi hanno iniziato a sentire i primi effetti delle privazioni, la fame, il cibo che scarseggiava,… Bisognava fare la spesa con la tessera annonaria che razionava il cibo a seconda dei componenti della famiglia. Il papà era stato richiamato alle armi, nella contraerea e il nostro Nonno Ivo, bambino, e la sua mamma dovevano fare i conti con la fatica quotidiana, le scarse razioni del cibo a cui avevano diritto essendo solo in due, e così anche la sua mamma si adatta a fare tanti lavoretti utili a tirare avanti.

La popolazione della città inizia ad essere composta soprattutto di donne, bambini ed anziani perché tutti gli uomini erano al fronte. Sono le donne che portano avanti i lavori in fabbrica, fanno funzionare i mezzi pubblici.

Nel frattempo a settembre Nonno Ivo rincomincia ad andare a scuola, è iscritto alle “Commerciali”, e nel pomeriggio aiuta la famiglia andando a bottega presso un negozio di drogheria. Il lavoro è duro e costa fatica, deve distribuire i prodotti sfusi nei contenitori e consegnarli poi a chi ne fa richiesta. I prodotti di drogheria come la candeggina, la “lisciva”, il sapone di marsiglia, erano sfusi in damigiane, bisognava quindi travasarli in contenitori più piccoli. Per prelevarli dalla damigiana occorreva aspirare la prima parte del liquido con una cannuccia, (chissà quanta candeggina ha aspirato Nonno Ivo). Poi la consegna a domicilio veniva caricata sulle spalle grazie a dei grandi contenitori, come dei cesti rettangolari con tanti scomparti. La cesta per un bambino era molto pesante, e tempo per studiare o giocare non c’era più.

La sera quindi se rimanevano le forze si cercava di ripassare ciò che si era fatto al mattino richiamando alla mente tutto ciò che si era diligentemente ascoltato, era importante quindi stare bene attenti in classe e affidarsi alle spiegazioni del “bravo professore”.

Finalmente la domenica Nonno Ivo poteva stare in famiglia. La mattina a Messa, e il pomeriggio in Oratorio. Il pranzo della domenica con la mamma era come una festa se si era riusciti a rimediare un pezzettino di carne. La mamma lo rendeva ancora più buono con qualche ricetta prelibata.

Nel ’42 Milano vede intensificarsi i bombardamenti perché gli inglesi decidono di mettere in ginocchio il paese distruggendo il così detto triangolo industriale: Milano, Genova Torino, per spezzare la volontà di Mussolini e condurlo alla resa. La famiglia decide di mandare Nonno Ivo ad Arezzo, presso una zia, perché è più sicuro. E lì frequenta la III Commerciale. Nel giugno 1943 ritorna quindi a Milano e trova una città ancora più attanagliata dalla fame e vittima della borsa nera. Non basta ciò che viene distribuito con la tessera e i milanesi a proprio rischio e pericolo spesso barattano con altri beni gli alimenti utili alla sopravvivenza. Così farina, granaglie, olio, burro, vengono scambiate con altri beni necessari e i mezzi sono molteplici. In quel periodo viene addirittura scoperto un panettiere che panificava in maniera fraudolenta, mischiando la farina con la polvere di marmo. Il pane pesava così notevolmente di più, e il costo era spropositato. Nonno Ivo si ritrova ad aiutare la famiglia facendo il garzone presso una tipografia vicino a Porta Venezia. Tutto il giorno componeva con i caratteri a piombo o consegnava i volantini stampati e il materiale pubblicitario. Tra i volantini e i piccoli pieghevoli, Nonno Ivo sapeva che a volte veniva nascosto del materiale stampato di propaganda antifascista, ed anche beni necessari ai partigiani (zucchero, farina, olio,….). Nonno Ivo attraversava la città, sperando di non essere intercettato dai posti di blocco tedeschi.

E’ successo che vicino alla chiesa di Santa Maria del Suffragio ci fossero i soldati tedeschi, e le famose “brigate nere” che fermavano i cittadini. Nonno Ivo ed altri ragazzi si rifugiavano in chiesa sottraendosi così ai controlli grazie alle suore del convento che li accompagnavano sul retro dell’oratorio e da lì scavalcavano il muro di cinta scappando per Via Marcona. Purtroppo i bombardamenti del 1943 lasciano una città distrutta, ormai non vengono più presi di mira solo i punti strategici o militari, ma tutta la popolazione è costretta a scappare o nei rifugi antiaereo o a sfollare con treni, pullman o anche i propri mezzi come le bici verso la campagna limitrofa meno attaccata dagli aerei nemici.

Durante i bombardamenti a volte Nonno Ivo eludeva il controllo della mamma ed invece di recarsi nel rifugio, rimaneva a spiare gli effetti delle bombe sulla città che cadevano dal cielo. A volte i bombardamenti avvenivano tramite quelle che venivano definite le “fortezze volanti”. Gli effetti erano devastanti perché venivano scaricate tonnellate di bombe. Ed allo scopo di provocare incendi venivano anche sganciati “spezzoni incendiari”, tubi di metallo, a pianta esagonale, pesantissimi, che appiccavano il fuoco a tetti, case, ospedali, fabbriche,… Persino i pompieri di Bologna sono dovuti intervenire per spegnere gli incendi sulla città di Milano.

Dopo l’8 settembre il clima di terrore e di paura incominciò a regnare. Ed anche nell’aria si cominciava a percepire il peso della censura. Il comando tedesco delle “SS” aveva sede in Via Vittor Pisani, da lì partivano retate per strada e nelle case. La censura faceva sì che non si venisse a sapere delle deportazioni di massa (si era a conoscenza delle leggi razziali, ma Nonno Ivo era pur sempre un ragazzino, e non tutto veniva percepito). Solo nel ’44, si è incominciato a capire, anche se la popolazione era ancora immersa nella follia della guerra, che qualcosa di terribile stava capitando a certe famiglie. Ma non si osava chiedere chiaramente quando si scopriva che qualcuno era sparito, che fine avesse fatto. Lasciavano circolare le voci che forse quella persona era stata presa perché non era una brava persona, perché magari era implicata in qualche malaffare,…

Solo allora la polizia tedesca, e le “brigate nere” si sono lasciate andare a manifestazioni eclatanti di crudeltà e repressione, così come è capitato allora che una manifestazione sportiva, una partita di calcio, diventasse un’occasione per fare una retata all’Arena, e trattenere all’interno gli uomini sospettati di collaborare con i partigiani.

(Giovanni Cambiaghi)

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